Il "Pensiero Felice" e la lotta nel silenzio: Robin Williams e il porto sicuro delle storie 💔
L'11 agosto 2014 il mondo perdeva Robin Williams. All'epoca si parlò principalmente della sua battaglia contro la depressione; oggi, grazie alle testimonianze successive, sappiamo che l'artista combatteva anche contro i devastanti effetti della demenza a corpi di Lewy.
Ma al di là della cronaca medica, il volume di Emily Herbert intitolato" Robin Williams - I sogni non muoiono mai", fa qualcosa di più grande:
celebra la vita e la traiettoria di un uomo fragile e indifeso che ha speso ogni singola briciola della sua energia per regalare al pubblico una felicità che, purtroppo, non è riuscito a trattenere per sé...
Ci sono artisti che si limitano a interpretare un ruolo e altri che, invece, ridefiniscono lo spazio emotivo di chi li guarda.
Ci sono artisti che si limitano a interpretare un ruolo e altri che, invece, ridefiniscono lo spazio emotivo di chi li guarda.
Robin Williams apparteneva a questa seconda, rarissima categoria.
Per me, non è stato semplicemente un attore da ammirare sul grande schermo, ma una presenza costante, un porto sicuro interiore sin da quando ero bambina.
Ogni sua maschera, dalla comicità esplosiva degli sketch alla drammaticità più intima, nascondeva una vibrazione familiare:
l'eco di una sensibilità amplificata, capace di mutare la materia grezza della finzione in opere d'arte che toccano l'anima e scuotono l'esistenza.
Perché per quanto fosse per tutti il Genio incontrastato, lui stesso era una pietra grezza che, attraverso il dolore e il talento, era riuscita a trasformarsi in un diamante luminoso; un diamante raro che, purtroppo, lui non è mai riuscito a vedere quando si guardava allo specchio.
Robin è stato un uomo che ho amato di cuore tramite i suoi film, tramite sketch, tramite tutto ciò che decideva di toccare...
Il cinema, dopotutto, ha il potere terapeutico di dare una forma visibile alle nostre battaglie invisibili.
Riguardare Hook - Capitan Uncino oggi, da donna di 38 anni, fa molto più male.
Mi sento esattamente come Peter Banning.
Lui non è solo un uomo che ha dimenticato come si vola, è il simbolo di chiunque si sia lasciato anestetizzare dalle responsabilità , riempiendo il proprio vuoto interiore con il lavoro quotidiano e finendo per non riuscire più a vivere ciò che di prezioso c'è nella vita, quei pochissimi attimi reali.
Ci sono momenti esatti in cui crollo a piangere, ogni singola volta, perché in quella finzione ritrovo la mia stessa fatica nel restare a galla.
Ho capito che ritrovare i pensieri felici è un'arma potentissima, ma nasconde un'insidia feroce:
si può essere perfettamente consapevoli di quali siano i propri pensieri felici, eppure scordarsi come usarli, finendo per ucciderli nel fondo dell'anima.
Non basta sapere che esistono..bisogna sentirli battere vivi dentro di noi.
Penso a quell'inizio, quando sua moglie Moira lo mette davanti alla realtà e gli dice che deve scegliere...
Penso a scene come quella del baseball, dove in italiano sentiamo "Casa base Jack", ma in lingua originale, con le sfumature in inglese ("Home run, Jack"), tutto suona molto meglio e tocca corde ancora più profonde quando si parla di "tornare a casa".
E poi, la mia scena preferita in assoluto: quando il Bimbo Sperduto gli esplora il viso con le mani, riconosce lineamenti , i suoi occhi, lo vede fin dentro l'anima e commosso sussurra:
E poi, la mia scena preferita in assoluto: quando il Bimbo Sperduto gli esplora il viso con le mani, riconosce lineamenti , i suoi occhi, lo vede fin dentro l'anima e commosso sussurra:
“Eccoti qua, Peter”.
In quel momento di luce c'è tutto:
il ritrovarsi dopo essersi persi nel buio dell'età adulta e delle proprie ombre.
Quando creo contenuti e mi espongo nel mio spazio, sento quasi il dovere di costruire una struttura perfetta dell'anima.
Sento l'obbligo di lasciare fuori la mia parte più fragile, quella che sbaglia, che non controlla le parole, quella vulnerabilità feroce che ti logora dentro un pensiero alla volta e genera l'ansia.
Chi mi legge cerca una guida, una dignità del pensiero e dell'anima, e io cerco di offrirgliela.
Ho sperimentato quel baratro e quel buio molte volte, e ancora oggi torna a farmi visita all'improvviso, senza bussare.
Spesso ci raccontiamo la romantica bugia di voler ''proteggere gli altri'' dal dolore, ma se scavo dentro di me, so che è un'illusione. Forse cerchiamo solo di elevarci a persone sagge perché, sotto sotto, pensiamo di valere poco per chiunque.
Diciamo che proteggiamo gli altri, ma in realtà stiamo solo cercando di proteggere noi stessi da ciò che non sappiamo gestire e che fa troppo male.
Verso chi amiamo, questo silenzio serve a non fare danni.
Verso l'esterno, invece, diventa un effetto collaterale:
cerchiamo di imparare a guarire noi stessi attraverso gli insegnamenti che offriamo agli altri.
Diventiamo la guida che vorremmo avere. Chiediamo a chi ci legge di ascoltare il buio che abbiamo già vissuto, nell'ingenua speranza che, salvando loro dal precipizio, possiamo in qualche modo salvare anche noi stessi.
La mia lotta: dar voce alle ombre per disarmarle
Oggi voglio parlarvi a cuore aperto, spogliandomi delle mie difese e mostrandomi vulnerabile, perché so cosa significa.
So cosa significa affrontare momenti di profonda sofferenza e pensieri pesanti.
Ma ho imparato una cosa fondamentale:
se trattengo queste ombre nel silenzio, rischiano di diventare più grandi di me. Pensarli, scriverne e dar loro una forma attraverso i libri, gli anime, i manga e l'arte è esattamente ciò che mi salva.
Riconoscere questi pensieri non significa lasciare che si realizzino.
Riconoscere questi pensieri non significa lasciare che si realizzino.
Io so che non accadrà , perché ho uno scopo molto più grande.
Ho la mia vita e la presenza pura delle mie gatte che mi tengono ancorata alla bellezza del presente.
Ho sempre lottato tutta la mia vita da sola, perché si nasce soli e si muore soli, e so che la forza per restare devo trovarla unicamente dentro di me.
Le direzioni per arrivare a ''casa'', però, mutano nel tempo.
Le direzioni per arrivare a ''casa'', però, mutano nel tempo.
È lo stesso motivo per cui, a distanza di anni, qualcosa che ci apparteneva e ci era familiare ci sembra improvvisamente distante anni luce:
non siamo più la persona che eravamo quando abbiamo provato quella determinata emozione.
Se devo rispondere oggi, la mia casa sono le zampine delle mie due gatte e gli abbracci del mio compagno.
Ma la casa fisica, quella con cui devo convivere ogni giorno attraverso lotte estenuanti, sono io stessa.
In tutta la mia vita, accogliere le mie gatte è stata l'unica vera scelta che ho preso esclusivamente per me stessa.
Per questo la loro presenza pura ha un peso così grande:
sono il mio punto di ancoraggio alla realtà , la prova tangibile che ho saputo scegliere il mio pezzetto di felicità , difendendolo dal rumore del mondo
Chridheofthebooks: emozioni vere e crescita personale
Uso il mio spazio per non fare finta di niente, per disarmare il buio e ricordare a tutti che, nonostante tutto, “i sogni non muoiono mai”.
I libri e le storie sono il mio porto sicuro.
Ricordo ancora il momento esatto in cui il mio cuore si è svegliato.
Ero in un centro commerciale con mio padre e lo supplicai, come mai in vita mia, di comprarmi un libro enorme edito da Corbaccio:
''Il cerchio di pietre'' di Diana Gabaldon. Non sapevo nulla di quella saga immensa, ma quel titolo e quel nome risuonavano come l'inizio del mondo che sentivo casa. Forse, in una vita precedente che non ricordo, la mia casa erano le Highlands scozzesi, perché da allora mi sono sempre sentita parte di quella splendida distanza.
Iniziai a leggerlo alle sei del mattino seguente e lo finii alle otto di sera dello stesso giorno, in una caldissima domenica d'estate.
Oggi, a distanza di anni, ho sullo scaffale il libro che chiude quella lunghissima storia, ma non ho ancora osato leggerlo.
È lì che mi guarda.
Ho paura di aprirlo perché so che, mentalmente, scriverebbe la parola ''fine'' ed io non sono pronta a chiudere quella porta.
Finché quel finale resta non letto, il mio rifugio rimane intatto, protetto dal tempo che passa.
Ma la mia non è una fuga, anzi è un processo di guarigione che passa attraverso una vera e propria simbiosi con i personaggi di cui leggo.
Mi connetto a loro, mi ci rifletto, e a volte mi discosto dalle loro scelte per capire meglio le mie.
È una necessità vitale che ho scoperto durante l'anno della terza media, dopo un'estate in cui, all'improvviso, mi resi conto di non ricordare più nulla della mia infanzia o del tempo prima.
Le passioni erano svanite, i ricordi con i miei genitori, con mia sorella o l'inizio delle mie amicizie erano inghiottiti dal vuoto.
Mi sentivo pazza, intrappolata in un incubo. Fu un anno doloroso, un'anestesia della vita in cui la mia anima sembrava essersi stoppata.
Poi, dopo un anno, il reset:
tutto riaffiorò.
In quel buio, anime e manga come D.Gray-man, con la sua idea spirituale dell'Innocence e gli esorcisti che non ricordano il passato, mi hanno specchiata e salvata dalle mie lotte interne.
Esprimermi attraverso la chiave dell'arte è l'unico modo che ho per sopravvivere ai miei blocchi emotivi.
I vecchi traumi del passato mi hanno tolto la parola:
Sara è la parte di me che si blocca, che non sa usare la voce per parlare nel mondo reale. Ma Chridhe è la mia vera voce.
Chridhe si accende quando decido di scrivere, di mettermi a dialogare a cuore aperto con il foglio.
È in questo spazio che trovo la mia dignità del pensiero
Uso il mio spazio per non fare finta di niente, per disarmare il buio e ricordare a tutti che, nonostante tutto, ''i sogni non muoiono mai''...
Se anche tu hai trovato un rifugio tra queste parole, sostieni le storie che porto, assieme a me. Il tuo pezzetto di cammino accanto al mio è prezioso, non per le metriche o per i like, ma perché significa arrivare dritti al cuore delle persone, esattamente come ho sempre voluto.
Questo spazio è nato per ricordarci di lottare... sempre.

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