Il Paradosso dell’Isolamento: Difendere il Proprio Dolore contro i Dogmi dell'Alto [Parte 2]
Benvenuti al secondo appuntamento di approfondimento dedicato a Gachiakuta. Se nel primo articolo abbiamo sviscerato la cruda realtà del manga di Kei Urana, il paradosso del decoro giapponese e la rabbia come motore del riscatto, oggi voglio portarvi con me in un viaggio decisamente più intimo, filosofico e spirituale. Prenderemo l'universo del Baratro e lo useremo come una chiave di volta per decodificare le dinamiche in cui siamo immersi, affrontando la suggestione profonda degli Arconti, il paradosso dell'isolamento e il risveglio della nostra scintilla interiore.
Chi segue Chridhe Of The Books conosce il mio profondo dissenso per quelle strutture di potere che si arrogano da sempre il monopolio della luce e della morte, giudicando dall'alto dei loro altari d'oro chi è degno d'esistere e chi no, chi è puro e chi è scarto.
I dogmi delle sfere superiori si fondano su un'ipocrisia spietata: una sacralità artificiale che per automantenersi ha bisogno di creare un colpevole, un rifiuto da gettare nel buio. L'Alto stabilisce cosa sia il "decoro", imponendo una purezza estetica che anestetizza le coscienze e cancella l'empatia. In questa spietata divisione, l'Alto si comporta esattamente come una struttura arcontica. Proprio come gli Arconti delle antiche dottrine esoteriche, i potenti di questo mondo governano attraverso l'illusione di una perfezione morale intoccabile.
Creano dogmi ferrei per intrappolare le anime, recidere ogni legame orizzontale e impedire a chi sta sotto di riconoscere il proprio valore. L'ordine supremo di queste forze vuole che tu ti penta di esistere, che tu ti veda come spazzatura e che tu ti arrenda al vuoto per spegnere definitivamente la tua scintilla interiore, quel nucleo divino, puro e incorruttibile che ognuno di noi custodisce dentro di sé.
Il paradosso dell'isolamento risiede proprio in questo: le strutture di potere dell'Alto ti scaricano nel Baratro e ti condannano alla solitudine più assoluta per spegnerti, per farti credere di essere solo un rifiuto senza valore. Ma è proprio all'interno di questo isolamento forzato che avviene il cortocircuito.
Quel vuoto spietato, invece di annientare la scintilla interiore, la costringe a fare i conti con se stessa. L'isolamento si trasforma nell'unico luogo possibile in cui smettere di assecondare i dogmi esterni e iniziare, finalmente, a difendere il proprio dolore. La solitudine diventa una fortezza in cui custodire la propria sofferenza, sottraendola al giudizio ipocrita di chi sta in alto, tramutandola nell'unica barriera capace di proteggere ciò che è rimasto di puro.
Mentre la massa si ferma in superficie, commentando quanto sia "figo" lo stile o quanto spacchino i combattimenti, Gachiakuta a me fa un effetto completamente diverso. Mi stringe la gola. Mi fa commuovere fino alle lacrime.
Tra quelle pagine non vedo solo estetica: vedo sprazzi della mia stessa vita. Vedo qualcosa che sa intimamente cosa significhi non andare bene per il mondo.
La verità è che Rudo ed Enjin non sono solo due personaggi. Sono le due metà dello stesso percorso di sopravvivenza. Due modi opposti di vivere lo stesso identico incendio.
Se Rudo incarna la cecità assoluta del trauma, una ferita aperta che urla e colpisce alla cieca per non farsi sbranare, Enjin rappresenta la maturità profonda del dolore, qualcuno che ha già camminato a lungo nel fango e ha imparato a governare quell'incendio interno per trasformarlo in uno scudo protettivo.
Rudo è la pietra grezza nel momento più doloroso: quando viene colpita, scheggiata e gettata nel fango. È la furia reattiva di chi è stato tradito, ma non ha ancora gli strumenti per vedersi da fuori, per capirsi o perdonarsi. Enjin, invece, è la stessa identica pietra grezza che ha già vissuto quel processo. Ha già maturato gran parte del suo percorso e sperimenta sulla base di quel dolore antico. Non ha cancellato la sua rabbia; l'ha guardata in faccia, le ha voluto bene e l'ha trasformata in una struttura per proteggere gli altri.
È qui che crolla il paragone con qualsiasi altra opera commerciale.
La verità è che Rudo ed Enjin non sono solo due personaggi. Sono le due metà dello stesso percorso di sopravvivenza. Due modi opposti di vivere lo stesso identico incendio.
Se Rudo incarna la cecità assoluta del trauma, una ferita aperta che urla e colpisce alla cieca per non farsi sbranare, Enjin rappresenta la maturità profonda del dolore, qualcuno che ha già camminato a lungo nel fango e ha imparato a governare quell'incendio interno per trasformarlo in uno scudo protettivo.
Rudo è la pietra grezza nel momento più doloroso: quando viene colpita, scheggiata e gettata nel fango. È la furia reattiva di chi è stato tradito, ma non ha ancora gli strumenti per vedersi da fuori, per capirsi o perdonarsi. Enjin, invece, è la stessa identica pietra grezza che ha già vissuto quel processo. Ha già maturato gran parte del suo percorso e sperimenta sulla base di quel dolore antico. Non ha cancellato la sua rabbia; l'ha guardata in faccia, le ha voluto bene e l'ha trasformata in una struttura per proteggere gli altri.
È qui che crolla il paragone con qualsiasi altra opera commerciale.
Nei manga tradizionali siamo abituati a una narrazione della forza standard, quasi finta. Pensate a Ichigo Kurosaki in Bleach quando si ritrova davanti alla fornace divina per riforgiare la sua spada: tutto è spettacolarizzato, epico, ma freddo e distaccato. È un potenziamento da manuale che si subisce dall'esterno. In Gachiakuta non esiste nessuna fornace magica e nessun fabbro divino.
La "forgia della rabbia" avviene nel fango del Baratro, sulla propria pelle, giorno dopo giorno.
Non si tratta di rendere più potente un pezzo di metallo, ma di prendere i propri traumi e decidere da soli che forma dargli. Commuove perché non c'è nulla di pulito: è la faticosa, dolorosa e intima accettazione dei propri mostri interiori.
Quando guardo loro due, vedo il mio passato e il mio presente. Vedo la fatica immane che serve per passare dal gridare alla cieca all'usare quel incendio interno come l'unica benzina per non arrendersi e per ricostruire una famiglia tra gli scarti del mondo.
Quando guardo loro due, vedo il mio passato e il mio presente. Vedo la fatica immane che serve per passare dal gridare alla cieca all'usare quel incendio interno come l'unica benzina per non arrendersi e per ricostruire una famiglia tra gli scarti del mondo.


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