Dall'istinto al cuore: perché il dramma dei bambini abbandonati non può essere ignorato
L'inizio di una riflessione spontanea
Ci sono momenti in cui un contenuto sui social ferma lo scorrimento del nostro schermo e ci costringe a riflettere profondamente. Mi è successo proprio oggi, guardando un post su Threads riguardante la scelta del cantante Lance Bass e del suo compagno di avere due gemelli tramite maternità surrogata.Davanti a quella notizia, la prima reazione che mi è nata spontanea dal cuore si è tradotta in queste parole esatte:
Io penso sempre e solo una cosa, in verità.. quanti bambini appena nati abbandonati ci sono? .. bisognava davvero affittare un corpo? A volte è lo stesso comportamento di chi vede un cucciolo per strada e lo schifa, ma poi cerca il cucciolo di allevamento.
So che si tratta di affermazioni forti, ma nascono da un'urgenza etica che non posso ignorare. Ci tengo a spiegare i miei termini per non essere fraintesa: quando parlo di "affittare un corpo" non mi riferisco alla dignità della donna, che non c'entra nulla con la prostituzione, ma alla logica contrattuale di questa pratica che riduce una nascita a un servizio. E il mio paragone con i cuccioli è solo una forte metafora per dire una cosa semplice: ci sono già tantissimi bambini soli al mondo che aspettano una famiglia. Il mio è solo un pensiero che nasce dal cuore per mettere al centro di tutto il diritto di ogni bambino a essere adottato ed amato.
1) Il fallimento del sistema adottivo e l'amore oltre i legami di sangue
So benissimo che la legislazione attuale, in Italia e in molti altri Paesi, pone paletti burocratici ed esclusioni ideologiche incomprensibili, vietando di fatto l'adozione a single e coppie dello stesso sesso. Questo è un fallimento totale dello Stato, che è ancora troppo influenzato da dinamiche e condizionamenti religiosi.
Chi segue il mio blog e conosce la mia storia sa benissimo quanto io sia agnostica e quanto sia profondamente convinta che le religioni, per il bene dell'evoluzione e della crescita dell'umanità, dovrebbero semplicemente sparire. Mi batto da anni nei miei articoli contro l'ingerenza della Chiesa, contro la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche e a favore di uno studio laico e storico di tutte le religioni, affinché i bambini ricevano un'educazione aperta e non subiscano indottrinamenti. Sono convinta che le religioni, quando diventano istituzione e potere, uccidano l'anima e la libertà delle persone fin dalla nascita. Lo vediamo qui in Italia e lo vediamo, in modo ancora più drammatico, nei Paesi a forte fondamentalismo islamico, dove la dignità delle donne viene calpestata con regole patriarcali e offensive.
La mia opposizione alla surrogata non nasce quindi da un dogma di fede, da una morale cattolica o da un bigottismo di facciata. Nasce dallo stesso identico principio laico e umanitario che guida da sempre i miei testi: il rifiuto di qualsiasi sistema(sia esso religioso o contrattuale) che utilizzi i corpi, manipoli le anime o crei discriminazioni.
Quando parlo di adozione, io sono profondamente a favore dell'adozione per tutti, comprese le coppie lesbiche, gay o i single, purché si tratti di persone buone. Non mi interessa nulla del genere dei genitori. Spesso si difende la famiglia tradizionale come l'unico modello valido, ma la cronaca ci sbatte in faccia la realtà: ci sono padri e madri biologici che non fanno nulla, che si ubriacano, che picchiano, abbandonano o addirittura uccidono i propri figli.
Essere genitori non è una questione di biologia, di sangue o di ruoli prestabiliti...è una questione di umanità.
Chiunque sia una persona buona e voglia sinceramente crescere un'anima, stringendola tra le braccia e volendo solo il suo bene, ha il diritto di farlo.
Io per prima seguo con tantissimo affetto e ammirazione molte coppie e persone dello stesso sesso che hanno intrapreso il percorso della genitorialità. Penso ad esempio alla cerchia di artisti e drag queen vicini al mondo di Bill Kaulitz dei Tokio Hotel, come la splendida Candy Crash, che mostra sui social quanto amore, quanta dedizione e quanta cura servano per far crescere una famiglia. Quando vedo queste persone così sensibili accogliere un bambino e crescerlo, io sono sinceramente felice per loro. Perché lì vedo il trionfo dell'amore puro: persone meravigliose che scelgono di donare un futuro a un bambino che ne ha bisogno, indipendentemente dal legame di sangue.
Il vero problema è l'ipocrisia del sistema e, a volte, delle persone. Oggi (ancora oggi) assistiamo persino alla "moda" di andare a cercare adozioni in continenti lontanissimi, quasi fosse uno stato simbolo unico, per mostrare la propria bontà o per ripulirsi la coscienza.
Io per prima seguo con tantissimo affetto e ammirazione molte coppie e persone dello stesso sesso che hanno intrapreso il percorso della genitorialità. Penso ad esempio alla cerchia di artisti e drag queen vicini al mondo di Bill Kaulitz dei Tokio Hotel, come la splendida Candy Crash, che mostra sui social quanto amore, quanta dedizione e quanta cura servano per far crescere una famiglia. Quando vedo queste persone così sensibili accogliere un bambino e crescerlo, io sono sinceramente felice per loro. Perché lì vedo il trionfo dell'amore puro: persone meravigliose che scelgono di donare un futuro a un bambino che ne ha bisogno, indipendentemente dal legame di sangue.
Il vero problema è l'ipocrisia del sistema e, a volte, delle persone. Oggi (ancora oggi) assistiamo persino alla "moda" di andare a cercare adozioni in continenti lontanissimi, quasi fosse uno stato simbolo unico, per mostrare la propria bontà o per ripulirsi la coscienza.
Ci dimentichiamo che la realtà è molto più vicina a noi:
ci sono tantissimi bambini abbandonati qui in Italia e moltissimi altri appena poco fuori dall'Italia, ad esempio nei Paesi dell'Est Europa, che crescono negli istituti in condizioni difficilissime e che aspettano solo una famiglia.
È da questo paradosso che nasce il mio rifiuto per ogni forma di mercato della nascita:
È da questo paradosso che nasce il mio rifiuto per ogni forma di mercato della nascita:
prima di creare nuove vite attraverso complessi contratti commerciali oltreoceano, dovremmo avere il coraggio e l'umanità di guardare a quanti bambini soli, a due passi da noi, hanno già disperatamente bisogno di essere salvati. L'amore non ha bisogno di contratti d'affitto, ha solo bisogno di braccia pronte ad accogliere chi è già quaggiù.
Quando parlo di adozione, io sono profondamente a favore dell'adozione per tutti, comprese le coppie lesbiche, gay o i single, purché si tratti di persone buone. Non mi interessa nulla del genere dei genitori. Io sono per i diritti: trovo profondamente giusto e legittimo che le persone si battano per quello in cui credono e lottino per vedere riconosciuto il proprio amore e la propria famiglia.. Ci tengo a dirlo chiaramente: io non sono ''pro-LGBT+'' per una questione di fazione politica o di bandiere, io sono semplicemente pro-persone. Anche se capisco che a volte le etichette diano un senso di appartenenza, quando le usiamo per dividerci, per fare tifoseria o per catalogare l'amore, si è perso tutto... e si è perso anche il senso. Non mi interessa l'etichetta, mi interessa l'umanità.
2) La trappola del consenso, la finzione di "Friends" e la realtà del mercato
L'obiezione più comune che viene mossa a chi critica questa pratica è legata al concetto di autodeterminazione: "La donna è adulta, consenziente e lo fa come un dono d'amore per aiutare un'amica sterile o una coppia omosessuale. C'è persino chi sente il desiderio di portare avanti una gravidanza senza volersi prendere la responsabilità di essere madre" . Spesso si usa la retorica del "progresso" e della solidarietà per giustificare tutto questo.
A tutti noi è capitato di vedere queste narrazioni, persino nei media. Chi ha la mia età si ricorderà sicuramente del personaggio di Phoebe nella serie TV Friends, che porta in grembo i tre gemelli per suo fratello perché la moglie non poteva avere figli. Io ho sempre pensato che quella narrazione, presentata come il dono perfetto, fosse in verità una gran cazzata. Persino in una commedia degli anni '90, si vede chiaramente la sofferenza emotiva enorme e il trauma del distacco di una donna che deve cedere i bambini che ha tenuto in pancia per nove mesi. La finzione televisiva cerca di addolcire la pillola, ma la realtà odierna è ben diversa:
Quando parlo di adozione, io sono profondamente a favore dell'adozione per tutti, comprese le coppie lesbiche, gay o i single, purché si tratti di persone buone. Non mi interessa nulla del genere dei genitori. Io sono per i diritti: trovo profondamente giusto e legittimo che le persone si battano per quello in cui credono e lottino per vedere riconosciuto il proprio amore e la propria famiglia.. Ci tengo a dirlo chiaramente: io non sono ''pro-LGBT+'' per una questione di fazione politica o di bandiere, io sono semplicemente pro-persone. Anche se capisco che a volte le etichette diano un senso di appartenenza, quando le usiamo per dividerci, per fare tifoseria o per catalogare l'amore, si è perso tutto... e si è perso anche il senso. Non mi interessa l'etichetta, mi interessa l'umanità.
2) La trappola del consenso, la finzione di "Friends" e la realtà del mercato
L'obiezione più comune che viene mossa a chi critica questa pratica è legata al concetto di autodeterminazione: "La donna è adulta, consenziente e lo fa come un dono d'amore per aiutare un'amica sterile o una coppia omosessuale. C'è persino chi sente il desiderio di portare avanti una gravidanza senza volersi prendere la responsabilità di essere madre" . Spesso si usa la retorica del "progresso" e della solidarietà per giustificare tutto questo.
A tutti noi è capitato di vedere queste narrazioni, persino nei media. Chi ha la mia età si ricorderà sicuramente del personaggio di Phoebe nella serie TV Friends, che porta in grembo i tre gemelli per suo fratello perché la moglie non poteva avere figli. Io ho sempre pensato che quella narrazione, presentata come il dono perfetto, fosse in verità una gran cazzata. Persino in una commedia degli anni '90, si vede chiaramente la sofferenza emotiva enorme e il trauma del distacco di una donna che deve cedere i bambini che ha tenuto in pancia per nove mesi. La finzione televisiva cerca di addolcire la pillola, ma la realtà odierna è ben diversa:
oggi non parliamo di un favore tra fratelli, parliamo di agenzie internazionali, cataloghi online e transazioni economiche spaventose.
Certo, i casi sono tanti, sono tutti diversi e la linea è estremamente sottile e delicata. Si può discutere all'infinito sul concetto di genitorialità: io per prima sono fermamente convinta che la linea di sangue non ti rende genitore, e che un padre o una madre non siano per forza coloro che ti hanno concepito, ma chi ti cresce con amore. Ma c'è una differenza abissale tra l'adozione — dove si interviene per salvare un bambino il cui legame si è purtroppo già spezzato per una tragedia — e una pratica in cui quel legame viene reciso a tavolino, per contratto, prima ancora della nascita.
Quando una donna mette a disposizione il proprio corpo in questo modo, la svalutazione è inevitabile: l'individuo viene oggettificato e ridotto a un contenitore. Non possiamo nasconderci dietro un dito: la stragrande maggioranza di queste donne lo fa per soldi, spinta dalla povertà e dalla vulnerabilità.
Questo meccanismo mi ricorda un film drammatico sul mercato degli organi in India. In quelle culture, molto religiose, vendere i propri organi o farsi operare violando l'integrità del corpo è considerato qualcosa di non sacro, un atto che ti danna e ti impedisce di finire nel loro aldilà. Eppure, nel film, un padre disperato firma un contratto per vendere i propri organi pur di avere i soldi per mantenere i figli. Si può davvero chiamare "libera scelta" o "consenso" un atto compiuto per disperazione economica, che ti costringe a svendere la tua stessa carne e la pace della tua anima? No.
Alcuni obietteranno che in Paesi come il Canada o il Regno Unito esiste la surrogata cosiddetta "altruistica", dove la compravendita è vietata per legge e le donne lo fanno per pura solidarietà. Ma questa è un'ipocrisia burocratica: l'intero percorso rimane comunque blindato da contratti legali stringenti e rimborsi spese enormi che camuffano il passaggio di denaro. Inoltre, nessuna legge al mondo può cancellare il fatto che un legame biologico ed emotivo profondo durato nove mesi venga spezzato a tavolino per soddisfare un accordo firmato con gli avvocati.
Non accettare questa logica non significa essere paternalisti o togliere alle donne la capacità di decidere. Al contrario, significa difenderle. Proprio come nessuno di noi celebrerebbe come "libera scelta femminista" il fatto che una persona indigente venda il proprio rene per pagare i debiti, allo stesso modo non possiamo chiamare "emancipazione" il fatto che una donna debba affittare la propria carne e subire i rischi di una gravidanza per conto terzi a causa del bisogno economico.
Accettare che il corpo umano diventi un servizio contrattuale per motivi di denaro significa accettare uno smembramento della dignità. Se portiamo questa logica alle sue estreme conseguenze, finiamo per equiparare la riproduzione umana a quella degli allevamenti intensivi o di macello, dove la donna viene ridotta a una pura funzione biologica, esattamente come una vacca da monta. E sia chiaro: la mia non è un'offesa alle donne coinvolte, che sono le prime vittime e i soggetti deboli di questa storia, ma una critica feroce a un mercato cinico che le tratta come macchine da produzione.
Se la nostra società si scandalizza (giustamente ) quando il corpo di una donna viene mercificato per venti minuti, come possiamo definire "progresso" il fatto che lo stesso corpo venga vincolato da un contratto commerciale e monetizzato per nove mesi? La dignità umana non ha un prezzo, non è un servizio e non dovrebbe mai essere affittabile.
3) L'egoismo della stirpe contro il coraggio dell'accoglienza
Certo, i casi sono tanti, sono tutti diversi e la linea è estremamente sottile e delicata. Si può discutere all'infinito sul concetto di genitorialità: io per prima sono fermamente convinta che la linea di sangue non ti rende genitore, e che un padre o una madre non siano per forza coloro che ti hanno concepito, ma chi ti cresce con amore. Ma c'è una differenza abissale tra l'adozione — dove si interviene per salvare un bambino il cui legame si è purtroppo già spezzato per una tragedia — e una pratica in cui quel legame viene reciso a tavolino, per contratto, prima ancora della nascita.
Quando una donna mette a disposizione il proprio corpo in questo modo, la svalutazione è inevitabile: l'individuo viene oggettificato e ridotto a un contenitore. Non possiamo nasconderci dietro un dito: la stragrande maggioranza di queste donne lo fa per soldi, spinta dalla povertà e dalla vulnerabilità.
Questo meccanismo mi ricorda un film drammatico sul mercato degli organi in India. In quelle culture, molto religiose, vendere i propri organi o farsi operare violando l'integrità del corpo è considerato qualcosa di non sacro, un atto che ti danna e ti impedisce di finire nel loro aldilà. Eppure, nel film, un padre disperato firma un contratto per vendere i propri organi pur di avere i soldi per mantenere i figli. Si può davvero chiamare "libera scelta" o "consenso" un atto compiuto per disperazione economica, che ti costringe a svendere la tua stessa carne e la pace della tua anima? No.
Alcuni obietteranno che in Paesi come il Canada o il Regno Unito esiste la surrogata cosiddetta "altruistica", dove la compravendita è vietata per legge e le donne lo fanno per pura solidarietà. Ma questa è un'ipocrisia burocratica: l'intero percorso rimane comunque blindato da contratti legali stringenti e rimborsi spese enormi che camuffano il passaggio di denaro. Inoltre, nessuna legge al mondo può cancellare il fatto che un legame biologico ed emotivo profondo durato nove mesi venga spezzato a tavolino per soddisfare un accordo firmato con gli avvocati.
Non accettare questa logica non significa essere paternalisti o togliere alle donne la capacità di decidere. Al contrario, significa difenderle. Proprio come nessuno di noi celebrerebbe come "libera scelta femminista" il fatto che una persona indigente venda il proprio rene per pagare i debiti, allo stesso modo non possiamo chiamare "emancipazione" il fatto che una donna debba affittare la propria carne e subire i rischi di una gravidanza per conto terzi a causa del bisogno economico.
Accettare che il corpo umano diventi un servizio contrattuale per motivi di denaro significa accettare uno smembramento della dignità. Se portiamo questa logica alle sue estreme conseguenze, finiamo per equiparare la riproduzione umana a quella degli allevamenti intensivi o di macello, dove la donna viene ridotta a una pura funzione biologica, esattamente come una vacca da monta. E sia chiaro: la mia non è un'offesa alle donne coinvolte, che sono le prime vittime e i soggetti deboli di questa storia, ma una critica feroce a un mercato cinico che le tratta come macchine da produzione.
Se la nostra società si scandalizza (giustamente ) quando il corpo di una donna viene mercificato per venti minuti, come possiamo definire "progresso" il fatto che lo stesso corpo venga vincolato da un contratto commerciale e monetizzato per nove mesi? La dignità umana non ha un prezzo, non è un servizio e non dovrebbe mai essere affittabile.
3) L'egoismo della stirpe contro il coraggio dell'accoglienza
L'argomento definitivo che viene usato per giustificare ogni mezzo tecnologico o contrattuale è la presunta sacralità della biologia:
"Desiderare un figlio con il proprio patrimonio genetico è il desiderio più naturale del mondo, ed è un diritto fare di tutto per realizzarlo".
La società moderna ha compiuto un cortocircuito pericoloso, trasformando un desiderio legittimo (quello di essere genitori) in un presunto diritto assoluto, dove il figlio diventa un oggetto da pretendere e ordinare su misura.
Io penso in modo completamente diverso. Personalmente non ho mai avuto, e mai avrò, il desiderio di avere una linea di sangue che continui a tutti i costi. Trovo che oggi molte persone facciano quasi una gara ossessiva per tramandare i propri geni, rincorrendo un'idea di discendenza che non ha nulla a che vedere con l'amore, ma molto con l'egoismo.
Questo accanimento mi ricorda da vicino le dinamiche arcaiche e malate di tanti secoli fa, quando nelle famiglie l'ossessione per la stirpe era tale che, pur di non ammettere la sterilità e salvare le apparenze di facciata, si ricorreva ad accordi nascosti tra le mura domestiche, facendo mettere incinta la moglie dal cognato o da un altro membro della stessa cerchia familiare. Oggi non siamo affatto più evoluti: abbiamo solo sostituito i vecchi segreti con i cataloghi online, le selezioni dei donatori su internet e i contratti legali, ma la sostanza non cambia. È la stessa identica pretesa di possedere un riflesso di se stessi, ignorando la realtà circostante.
La verità è che la linea di sangue non è ciò che importa davvero. Una società autenticamente progredita dovrebbe capire che un figlio non è un'estensione del nostro ego o un diritto di proprietà. Diventare genitori significa donarsi, e il vero amore non ha bisogno di un laboratorio per replicare il nostro DNA, ma ha bisogno di un cuore aperto per fare spazio a chi è già al mondo.
A volte ci vuole molto più coraggio ad amare i figli che non sono nati da noi, ed è in quel coraggio puro e disinteressato che risiede la forma più alta e autentica di genitorialità. Prima di pretendere di creare nuove vite su misura per soddisfare il nostro bisogno di discendenza, dovremmo avere l'umanità di tendere la mano a quelle anime che sono già quaggiù e che non hanno nessuno.
Perché la verità è che voler mettere al mondo un figlio a tutti i costi, usando corpi e contratti, è una scelta profondamente egoistica che si ferma all'atto iniziale. Ma essere genitori non è solo "mettere al mondo":
Io penso in modo completamente diverso. Personalmente non ho mai avuto, e mai avrò, il desiderio di avere una linea di sangue che continui a tutti i costi. Trovo che oggi molte persone facciano quasi una gara ossessiva per tramandare i propri geni, rincorrendo un'idea di discendenza che non ha nulla a che vedere con l'amore, ma molto con l'egoismo.
Questo accanimento mi ricorda da vicino le dinamiche arcaiche e malate di tanti secoli fa, quando nelle famiglie l'ossessione per la stirpe era tale che, pur di non ammettere la sterilità e salvare le apparenze di facciata, si ricorreva ad accordi nascosti tra le mura domestiche, facendo mettere incinta la moglie dal cognato o da un altro membro della stessa cerchia familiare. Oggi non siamo affatto più evoluti: abbiamo solo sostituito i vecchi segreti con i cataloghi online, le selezioni dei donatori su internet e i contratti legali, ma la sostanza non cambia. È la stessa identica pretesa di possedere un riflesso di se stessi, ignorando la realtà circostante.
La verità è che la linea di sangue non è ciò che importa davvero. Una società autenticamente progredita dovrebbe capire che un figlio non è un'estensione del nostro ego o un diritto di proprietà. Diventare genitori significa donarsi, e il vero amore non ha bisogno di un laboratorio per replicare il nostro DNA, ma ha bisogno di un cuore aperto per fare spazio a chi è già al mondo.
A volte ci vuole molto più coraggio ad amare i figli che non sono nati da noi, ed è in quel coraggio puro e disinteressato che risiede la forma più alta e autentica di genitorialità. Prima di pretendere di creare nuove vite su misura per soddisfare il nostro bisogno di discendenza, dovremmo avere l'umanità di tendere la mano a quelle anime che sono già quaggiù e che non hanno nessuno.
Perché la verità è che voler mettere al mondo un figlio a tutti i costi, usando corpi e contratti, è una scelta profondamente egoistica che si ferma all'atto iniziale. Ma essere genitori non è solo "mettere al mondo":
è tutto ciò che viene dopo. È la cura, la presenza, la responsabilità quotidiana. Come canto in una mia canzone, è vero che nella vita "si nasce soli e si muore soli".
Ed è una verità con cui tutti facciamo i conti. Ma proprio perché siamo anime sole in questo viaggio, il ruolo di un genitore dovrebbe essere quello di squarciare quella solitudine per un bambino che è già quaggiù, offrendogli un porto sicuro.
Non abbiamo bisogno di replicare noi stessi per essere completi; abbiamo solo bisogno di imparare ad amare davvero, oltre ogni egoismo e oltre ogni linea di sangue.
Con amore e cenere,
La vostra Chridhe of the books

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