L'Inchiostro dell'Anima: Quando il Corpo diventa l'Archivio Sacro del Cuore
Io mi definisco una "Cantastorie Spirituale". Chi mi segue conosce il mio amore viscerale per i libri e sa che nel mio spazio le parole sono lo strumento sacro con cui do voce alle storie. Ma c'è una parte di me che non si legge sulla carta, una parte che ho deciso di imprimere sulla carne. Se le parole servono a raccontare il mondo, io la mia anima la archivio anche tramite i miei tatuaggi. Porto sulla pelle una lunga collezione di segni, una mappa invisibile resa tangibile dall'inchiostro.
Una tessitura..
Ogni persona che ha voluto ascoltare le mie storie in questi anni si stupiva dei motivi per cui volessi archiviare pezzi d'anima con i tatuaggi. È qualcosa di profondamente sacro, un concetto molto difficile da capire per chi fa tatuaggi per moda, per fare il figo, perché non ha altro da fare o per chi pensa semplicemente che un disegno sia "bello" e poi, magari, decide di volerlo togliere. Per me non è mai stato così.
Al contrario i tatuaggi sono sempre stati dei rituali intimi con me stessa. Nel momento stesso in cui sentivo l'ago battere sulla pelle, ero "dentro": stavo tessendo attivamente qualcosa di importante, un superamento e rituale di presenza dell'affrontare e rendere reale,imprimendo/sigillando, ciò che avevo dentro me.
Eppure, per chi ancora oggi è chiuso nel dogma e sussurra che marchiare il corpo sia un atto del demonio o una profanazione del sacro, io rispondo da ricercatrice dell'anima e da donna agnostica. Porto avanti una battaglia aperta da sempre contro la chiesa e le religioni che vanno contro questo tipo di vibrazione libera. Il demoniaco sta nell'incapacità di guardarsi dentro, non nell'inchiostro. Il corpo è il tempio dell'anima, l'altare biologico su cui celebriamo il nostro passaggio terreno. Esiste forse un atto più sacro, più divino, del prendere possesso delle proprie macerie e decidere attivamente come ricostruirle? Persino Cristo, icona storica di sofferenza e rinascita, ha mostrato le sue piaghe come sigilli di vittoria sulla morte; e noi, nel nostro piccolo, imprimiamo le nostre ferite per gridare al mondo che siamo sopravvissuti. Non c'è profanazione quando l'intento è l'evoluzione, non c'è peccato quando il dolore si trasmuta in consapevolezza e presenza. I miei tatuaggi non sporcano il tempio: lo consacrano, rendendo visibile la geografia invisibile del Dio che si muove dentro di me, il Dio dentro me.
Per moltissimo tempo il mio motore è stata la rabbia. Una rabbia piena di dolore che mi ha sempre fatta sopravvivere, che ha permesso di far andare avanti la mia vita consumandomi, ma dandomi al contempo il modo di vivere con il più puro dell'amore nel cuore. Non so se possa avere senso per chi legge queste parole, ma ogni mio tatuaggio l'ho sempre fatto per ricordarmi un dolore profondo con mia volontà e premonizione di cosa sarebbe accaduto, assicurandomi che in quel momento io sarei stata presente a me stessa.
Il mio primo tatuaggio, quello con cui decisi di iniziare questo cammino, fu la scritta "Freiheit". La libertà è una parola che non ha le limitazioni dell'italiano. Seppur in giapponese racchiuda concetti profondi, in tedesco ha qualcosa che va oltre... oltre i confini. È una vibrazione che appartiene alle corde della mia anima, un significato che esprime libertà di testa, di cuore, di spirito. Io lo tatuai uguale al tatuaggio del cantante di una band (i Tokio Hotel) che mi salvò dalla depressione di quel periodo. La canzone che mi fece amare quel gruppo era "Ich bin nicht ich": racchiudeva tutto il mio desiderio, e fu il mio primo vero sigillo del dolore. Ho sempre usato il costume a me stessa di creare sigilli per l'anima: piccoli, ma intensi, che facessero vibrare in me quelle vibrazioni del passato per darmi la forza di andare avanti.
C'è stato un cambiamento profondo, qualche anno fa, con i miei due ultimi tatuaggi. Ho smesso di marchiare il dolore. Il penultimo fu fatto per puro ricordo di tutto l'amore che ho dentro, per ricordarmi la mia felicità infinita e la gioia che si prova a scegliere di condividere e non per obbligo. È stato un modo solenne per dire a me stessa: "Sono stata viva, quell'amore è stato reale e non importa altro, né la fine né le conseguenze".
E l'ultimo... beh, l'ultimo parla da solo. L'Auryn. Esso racchiude la potenza primordiale dell'Uroboro, il serpente che morde la sua stessa coda, simbolo dell'eterno ritorno, della natura ciclica del tempo e della distruzione che si trasforma sempre in nuova creazione. Per me la forma del serpente ha un significato immenso ed estremo, perché ne ho sempre avuto una profonda fobia: imprimerlo sulla carne è stato l'atto definitivo di coraggio, il modo per guardare in faccia la mia paura più grande e tramutarla nel mio guardiano. Nell'Auryn questo concetto raddoppia: due serpenti intrecciati, luce e ombra che si completano, il mondo invisibile delle storie che si fonde con la realtà tangibile. Rappresenta la Storia Infinita che non ha mai fine, l'eterna rinascita e l'invito sacro a trovare la propria Vera Volontà ("Fa' ciò che vuoi"). Il sigillo perfetto per me che sono una cantastorie custode di libri.
Il nostro corpo è un tempio e la pelle il nostro libro più sincero. E a tutti voi che leggete queste parole: anche la vostra pelle custodisce un'evoluzione simile, o i vostri segni nascono da una vibrazione diversa? Raccontatemi la vostra storia.



Commenti
Posta un commento