Benvenuti in un capitolo speciale di Chridhe of the books. Questo spazio non ospita un archivio di lettura, ma è il nucleo in cui le pagine scritte prendono vita e si trasformano in suono. "Echi dal sangue" è il mio secondo album musicale (disponibile su Spotify e Suno come Chridhe88 o YouTube e molte altre piattaforme): 10 tracce nate dall'abisso delle mie letture più profonde, dove ogni canzone è legata a me e ai libri, a una filosofia o a un'immagine che ha impresso la mia anima. Quello che state per leggere è il retroscena intimo, spirituale e visivo di una di queste tappe. Trovate tutti i collegamenti ai miei mondi artistici e ai servizi di streaming nella mia pagina ufficiale Beacons
Il Mio Specchio Migliore: Il Leone nel Fango e l'Anima Schietta
Se a trentotto anni sono una Quercia fiera che non sa chiedere il permesso per esistere, è perché ho scavato nella mia vera sorgente.
La Quercia è l'albero sacro al Padre degli Dei, al Tuono. Mio padre non è un albero diverso da me: è il fulmine d'acciaio e di luce dorata che ha battezzato la mia chioma, infondendomi la forza del leone nel fango.
Assomigliargli è il mio onore più grande: io sono la sua Quercia, accesa dal suo stesso fuoco
Se la storia con mia madre rappresenta il cordone spezzato e la distanza dolorosa che serve per respirare, la settima traccia dell'album è la mia terra ferma
Se la storia con mia madre rappresenta il cordone spezzato e la distanza dolorosa che serve per respirare, la settima traccia dell'album è la mia terra ferma
È il porto sicuro in mezzo al deserto, la radice d'acciaio da cui tutto ha avuto inizio [Benvenuti dentro Il Mio Specchio Migliore, l'atto di guarigione più profondo di Echi dal Sangue]
Questo capitolo è dedicato a mio padre. È l'articolo in cui scavo nella mia vera sorgente e vi mostro l'origine della mia sfacciataggine indipendente, della mia fame di musica e della mia forza d'animo
Mio padre non mi ha mai consegnato una mappa parlata del suo passato e la sua storia è sempre rimasta un libro chiuso, un antico palazzo dalle porte invalicabili.
Eppure, nell'abisso delle mie visioni e delle mie letture, l’ho sempre associato a un archetipo potente e ancestrale:
quello di Mufasa.
Un re fiero nel fango, capace di costruire ponti dove il destino gli aveva lasciato solo sassi.
Si è fatto uomo da solo, caricandosi sulle spalle i pesi della famiglia mentre la leva lo chiamava sotto un'altra stella, e poi ha scelto mia madre( la mia Sarabi, persasi poi lungo strade che hanno consumato il regno) per salvarla dal dolore, diventando il suo scudo prima ancora del suo stesso amore.
Per anni, dentro quella casa che crollava, ho camminato con un peso silenzioso sul cuore:
ho sempre voluto, ho sempre sperato che
mio padre mi vedesse davvero al di lá di tutto.
Solo crescendo, guardando indietro attraverso la lente dell'età adulta, ho capito. Mi ha sempre vista.
Ognuno dei miei passi era registrato nei suoi occhi, solo che la sua è una mente lineare. Mio padre non possedeva le parole, non sapeva come comunicare con me, non aveva gli strumenti per tradurre l'amore in discorsi.
Una cosa molto dolorosa per me eppure la capisco solo ora.
E allora ha usato l'unico alfabeto che conosceva:
i gesti fisici, quadrati, protettivi.
È da questa stirpe silenziosa e indomabile che ho ereditato la mia natura Alfa, quella sfacciataggine indipendente che non sa chiedere il permesso per esistere.
Lo rivedo geloso dei suoi traguardi (lo stereo, il primo computer ) conquistati senza sconti e difesi con le unghie, come fa solo chi è partito dal niente.
Lo rivedo nei suoi riti quotidiani con il pane e il formaggio, e soprattutto in quei dischi ascoltati a volume intero a far tremare le pareti di casa, quasi a voler coprire con la musica le urla del mondo esterno.
Se oggi ho questa fame viscerale di parole, se ho avuto bisogno di trasformare i miei testi in un Rock solenne che scuota le pareti, è perché ho respirato quel fuoco fin da bambina.
C'è un momento esatto in cui questo passaggio di sangue si è fatto carne davanti allo specchio, ed è racchiuso nei versi centrali della canzone:
“Mi portavi ai laghetti in bicicletta, nel vento leggero, / e io a dodici anni nello specchio cercavo il tuo sguardo sincero. / Con le tue maglie da rugby giganti, ero la tua copia perfetta, / ''troppo buona'' come te, con la stessa anima schietta.”
A dodici anni, mentre intorno la casa mostrava le sue crepe definitive, io cercavo il mio riflesso nel suo sguardo, implorando silenziosamente quella comunicazione che non arrivava.
Indossare le sue maglie da rugby giganti, o i suoi cappotti militari non era un modo per nascondermi, ma per armarmi.
Era la mia corazza prima di diventare la Quercia metallara e di strada.. volevo abitare la sua forza prima del tempo, sentire addosso la sua protezione lineare.
Ero come lui, con quella stessa anima schietta che rifiuta di piegarsi alle ipocrisie del mondo.
Le domeniche dalla nonna, il viaggio, il passaggio sacro( almeno per me) dal forno per prendere quel panino all'uvetta o alla zucca oltre alle tonnellate di Maggiolini , che non so come mai si mangiava un sacco di pane a casa da me.
Per poi andare in edicola e tornare a casa con tutto il bottino .
Ecco come comunicava Mufasa.
Gesti minimi, calmi, che nella memoria rimangono come veri e propri esorcismi capaci di ridurre in cenere ogni mia ombra di bambina.
Oggi che ho trentotto anni e il mondo fuori sembra un deserto insorto, la sua protezione non è un ricordo sbiadito, ma un abbraccio eterno che si fa porto sicuro.
Le nostre traiettorie spirituali hanno preso strade non solo diverse, ma opposte.
Lui oggi è diventato mistico, ma ha scelto un rifugio religioso che io non posso condividere:
un attaccamento improvviso e facile alla misticità cristiana, preso "perché è così", senza domande.
Lo vedo muoversi in quel recinto come una pecora cieca, che nasce, vive e muore senza la vera curiosità di esplorare il mondo, piegandosi a quello che dicono i potenti dello spirito.
Io, invece, sono rimasta agnostica, eretica, profondamente legata alla terra, ai miei silenzi e alla fame di capire l'abisso attraverso i miei libri e me stessa.
Eppure, in questa distanza "siderale" non c'è frattura.
Tenergli la mano, oggi, non significa accettare il suo dogma o giustificare la sua sottomissione.
Significa accettare il suo limite. Significa stringere la mano al leone, all'uomo che mi ha dato la vita, lasciando fuori dalla stanza le nostre guerre mentali.
"Metti su una canzone, papà, e pensa a noi due"
Testo Originale di Sara Zannoni: Il Mio Specchio Migliore
Non mi hai mai raccontato di quando eri ragazzo,
il tuo passato è un libro chiuso, un antico palazzo.
Ma da grande ho capito, guardando i tuoi passi,
che hai costruito ponti dove c’erano solo sassi.
Ti sei fatto uomo per tua madre e tua sorella,
mentre la leva ti chiamava sotto un’altra stella.
E poi hai scelto lei, per salvarla dal dolore,
diventando il suo scudo, prima del tuo amore.
Per questo lo stereo e il computer erano il tuo vanto,
li avevi vinti da solo, senza un lamento o un rimpianto.
Li usavi finché erano logori, geloso del tuo traguardo,
perché chi non ha avuto niente, difende ogni suo sguardo.
Ti rivedo col pane e il formaggio, un rito sincero,
con le arance e i tuoi dischi a volume intero.
E anche se oggi il diabete ti sfida e ti toglie sapore,
resti il leone nel fango, col tuo instancabile cuore.
Le domeniche dalla nonna, il viaggio e la via,
passavamo dal forno, era un rito, una scia.
Mi prendevi quel panino all’uvetta o alla zucca,
un gesto dolce e calmo che ogni ombra riduca.
Mi portavi ai laghetti in bicicletta, nel vento leggero,
e io a dodici anni nello specchio cercavo il tuo sguardo sincero.
Con le tue maglie da rugby giganti, ero la tua copia perfetta,
"troppo buona" come te, con la stessa anima schietta.
[C
Perché assomigliarti è l’onore più grande che ho,
portare la tua forza ovunque io andrò.
Eri fuori a lottare per noi, tra il sudore e il lavoro,
per darci un futuro, il tuo immenso tesoro.
Siamo distanti, papà, ma io ti sento vicino,
sei la mia luce costante in ogni cammino.
Oggi che ho trentotto anni e la vita mi stringe,
la tua protezione è un abbraccio che non si dipinge.
Sei sempre stato luce, sei stato il mio porto,
anche quando il mondo sembrava un deserto insorto.
Oggi sei mistico, cerchi risposte in un cielo lontano,
e io, agnostica e fiera, ti tengo lo stesso la mano.
Metti su una canzone, papà, e pensa a noi due.
Le mie vittorie oggi, lo sai... sono da sempre anche le tue.
Ti voglio bene.

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