La distanza necessaria: Il cordone spezzato e l'amore oltre il dogma materno

Benvenuti in un capitolo speciale di Chridhe of the books. Questo spazio non ospita un archivio di lettura, ma è il nucleo in cui le pagine scritte prendono vita e si trasformano in suono. "Echi dal sangue" è il mio secondo album musicale (disponibile su Spotify e Suno come Chridhe88 o YouTube e molte altre piattaforme): 10 tracce nate dall'abisso delle mie letture più profonde, dove ogni canzone è legata a me e ai libri, a una filosofia o a un'immagine che ha impresso la mia anima. Quello che state per leggere è il retroscena intimo, spirituale e visivo di una di queste tappe. Trovate tutti i collegamenti ai miei mondi artistici e ai servizi di streaming nella mia pagina ufficiale Beacons

La distanza necessaria: 

Il cordone spezzato e l'amore oltre il dogma materno

[MANIFESTO BOTANICO-MITOLOGICO]Visivamente e mitologicamente, io sono una Quercia: ho ereditato il legno duro, la corteccia grezza di strada e la natura Alfa. Una Quercia ha bisogno di terra profonda e cieli aperti per estendere i propri rami. Ma sotto un Cipresso, l'aria è densa, la terra è acida e la luce non passa. Non c'è spazio per due nature dominanti: o si devia la propria crescita storcendosi, o si spezza l'ombra. Io ho scelto di non curvarmi. Ma quando una Quercia cresce all'ombra rigida e perentoria di un Cipresso, quell'ombra non dà riparo, anestetizzava. Come dice il vecchio adagio, "la quercia non sta all'ombra del cipresso". Per questo la mia Quercia ha dovuto spezzare "il cordone" e cercare la distanza necessaria: per trovare l'unico ossigeno possibile oltre il dogma del silenzio materno.

Il tempo delle parodie rock, dei vivavoce sotto il vento e delle fortezze di roccia per difendersi dal mondo esterno è finito. Crollano le armature. 

Crollano gli scudi presi in prestito dagli anime o dai videogiochi.

 Con la quinta traccia dell'album entriamo ufficialmente nel nucleo più profondo, spietato e doloroso di Echi dal Sangue:

La Trilogia della Linea di Sangue Spezzata

Una discesa in tre atti dentro i legami biologici che ci hanno formati, schiacciati, e che abbiamo dovuto decostruire per poter sopravvivere.

Il primo varco è La distanza necessaria, ed è dedicato a mia madre.

Questo articolo non nasce per compiacere nessuno, né per " performare" secondo i codici del perbenismo familiare che esige che una madre venga amata in modo cieco, assoluto e silenzioso. 

Crescere sotto un Cipresso significa imparare presto che la terra è acida perché è intrisa di un sangue che ha subito violenza prima ancora che tu nascessi.

Mia madre è stata la mia Sarabi, una regina fiera spezzata dalle violenze fisiche subite nella sua terra d'origine, in Sicilia, e portate addosso fin qui, a Treviso.

La pestavano così tanto da mandarla continuamente in ospedale. 

Perché quando cresci dentro le dinamiche di una famiglia di mafiosi, la violenza è l'unica legge.

È scappata cercando la salvezza e la luce nell'amore di mio padre, ma non si sono mai trovati, né mai capiti e questo non si può sistemare.

Ha cercato di modellarlo, di cambiarlo per come lo voleva lei, rimanendo invece incastrata nelle sue stesse ombre.

Quando ha capito che il mondo le sfuggiva di mano, quando non aveva più nulla sotto controllo, ha attivato l'unico alfabeto che le avevano insegnato per imporsi e dire "ecco, si fa così": 

le urla, le scenate, le grida e le mani.....

Porto addosso i segni di quel controllo disperato, in cuor mio.

Ricordo la cinghiata sul sopracciglio, il coltello lanciato, il tiro dei capelli fino a terra per torcerti il collo e avere forza di potere.

(Lo scrivo e racconto non per denunciare chi sa che cosa o per altro,ma per portarvi con me nella creazione di questo brano, come ho fatto con gli altri. Alla fine da bambina amavo e odiavo mia madre perché pareva non capire e vedere... Adesso non mi importa piu, ho scelto di andare oltre ciò che è stato. 

Alla fine questo brano è l'atto d'amore più straordinario e sincero scritto per lei, se la odiassi direi altro. Che sia chiaro a tutti i lettori. Ma so scindere verità, vissuto e realtà)

Per lei tutto questo era normale. 

Ma la violenza più spietata è stata la sua campana di vetro, un mondo di manipolazioni e bugie costruito per elevarsi a madre perfetta.

Ci voleva come due bamboline immobili , me e mia sorella, ma mentre i miei  erano in perenne baruffa, io non avevo nemmeno il materiale scolastico elementare:

 mi toccava elemosinare matite e quaderni ai compagni di classe per poter frequentare la scuola.. 

Ho dormito per anni su un letto rotto, tenuto su fisicamente dalle enciclopedie Treccani..  

Mia madre se avevo bisogno nell'immediato cèra e cè tutt'ora, smuoverebbe mari e lotterebbe contro gli Dei per me ma se il mio stare male si protraeva, rieccola: 

esplodeva in frasi di rabbia e urla.

Non tollerava  che io amassi mio padre,  nella sua testa la deprivavo di attenzioni.

Ha mentito persino quando ha subito un intervento per due tumori al seno: 

ci disse che andava in viaggio. 

Ci ha isolate, mettendoci contro tutto il mondo esterno per mantenere il controllo assoluto, facendoci credere, da piccole, che lei fosse l'unica vittima.

Lo era, sì, ma non per come diceva lei.

Era vittima di panni sporchi e fradici di generazioni intere che uno psicologo avrebbe dovuto curare.

Invece ha preferito nascondersi per la paura di farsi vedere per quella che era davvero, ancorata a un passato da cui non ha mai trovato la chiave per sbloccarsi. 

E quando ha capito che me non poteva più controllarmi, ha trovato in mia sorella una figlia più fragile, consumando anche lei. Ricordo la vergogna totale persino di uscire di casa. 

Una meccanica di dolore dura da spiegare, che ti lascia addosso solo macerie.

In mezzo a quell'aria tossica, ho dovuto costruirmi una fortezza di roccia per non impazzire. 

Vivevo e respiravo attraverso gli scudi che mi offriva lo schermo: 

l’MTV Anime Night, la Melevisione, il mondo di Dodò dell'Albero Azzurro, le serie su 7Gold e qualsiasi piattaforma trasmettesse anime, la PlayStation..

Erano i miei rifugi di carta, pixel e luce. Ricordo un'estate assurda: 

avevo sedici anni, non cinque. 

Su Italia Uno davano le repliche di Sailor Moon nel primo pomeriggio, un appuntamento che aspettavo con ansia e amore. 

Mia madre voleva andare in piscina e mi pestò, solo perché volevo rimanere a guardare lo schermo. 

Pretendeva che la casa non venisse abitata dalla mia presenza.

E allora ho scelto di stare sempre fuori. 

Fuori da quelle mura, fuori da quella finzione. 

Mi rifugiavo nei pomeriggi passati nei negozi di dischi, immobile davanti alle pareti con le cuffie collegate ai lettori, ad ascoltare musica per ore intere pur di respirare un'aria che fosse solo mia. 

La prima cassetta dei Nirvana, i primi CD dei Guns N' Roses, i Ramones, i Nightwish consumati h24 mentre disegnavo senza sosta. L'arte e il rock sono stati la mia prima, vera armatura. 

Ho scelto persino l'Istituto Statale d'Arte pur di andare fuori da Treviso, lontano da tutto, spinta dal desiderio viscerale di trovare casa altrove. Di salvare la mia vita.

È qui, in questa stanza buia della memoria, che si consuma il primo atto della Trilogia della Linea di Sangue Spezzata. 

Ho dovuto spezzare quel cordone per non annegare nella sua finzione e nella sua omertà. 

Ho dovuto accettare che quel palazzo non avrebbe mai aperto le porte alla verità. 

Ho smesso di aspettare che l'ombra del cipresso si spostasse e ho scelto di essere io la nemica di ciò che avrei voluto solo amare, pur di non curvare la mia Quercia. 

Non è odio, è l'atto di sopravvivenza più puro per permettere ai miei rami di respirare oltre l'aria acida che mi soffocava.

Scrissi prima la canzone per il secondo album, per mio papà, e mia madre la sentì chiedendomi di scriverne un altro pezzo solo her lei.

Ci ho provato, sul serio.

Ho preso la penna e ho cominciato a buttare giù la mia vita con lei, e ciò che avevo dentro (cose di cui con lei ho sempre parlato schiettamente).

Diciamo che quel peso enorme che mi ha sempre schiacciata, l'isolamento, la depressione... son venuti fuori anche nel testo.

Ma non le andava bene, come se dovessi mentire per fare assomigliare l'altra dedica.

Ci provai e ne scrissi una affiancando anche nel testo mio padre, un poco come "Padre Madre" di Cesare Cremonini (canzone che a tutt'oggi trovo stupenda), ma non ci riuscii.

Al primo riascolto di quella traccia di compromesso, sono stata male.

Mi sentivo pesante, falsa, schiacciata dentro un vestito non mio.

Il mio corpo ha rifiutato la finzione con una violenza fisica, quasi viscerale, che mi ha spaventata ma allo stesso tempo salvata.Lo stomaco ha capito prima della mente: l'arte non tollera la diplomazia.

O sanguina, o è solo rumore di fondo.

Così è rinata nuovamente la vera canzone.

Un testo che mia sorella ha scambiato per "odio", implorando di non mandarlo a mamma, e che mio padre ha definito "durissimo".

Ma per me, questo brano è l'atto d'amore più straordinario, sincero e viscerale che io abbia mai scritto per lei.

È il momento in cui smetto di combattere una guerra di ruoli e guardo la donna che mi ha dato la vita per ciò che è realmente: un essere umano, con i suoi inverni e i suoi pesi, nulla di più.

La lirica si spoglia di ogni metafora letteraria e curative diventa una confessione nuda, sussurrata a un millimetro dal microfono.

C'è tutto il dramma di una figlia Alfa che è dovuta crescere da sola, diventando la nemica di ciò che vorrebbe solo amare.

La tossicità di un dovere biologico che non abbiamo scelto ci ha rese straniere, separate da un muro di silenzio impenetrabile.

Ho sempre detto a mia madre tutto quello che c'è scritto in questo testo, eppure lei continua a negare, a dire che non è così.

Ma la mia pelle non mente.

Il cordone ombelicale non si spezza con la rabbia, si spezza con la lucidità.

Non le do colpe. 

La amo e un po' mi sta sui coglioni, ma accetto la realtà: 

la distanza che ho messo tra me e lei non è un castigo, è l'unico ossigeno possibile per non farmi anestetizzare.

Ho dovuto cercare di tradurre questo strappo emotivo unendo due mondi opposti musicalmente.

Il brano si apre in modo intimo e malinconico, con una chitarra acustica e un pianoforte che cullano la voce sussurrata, evocando il desiderio di quel rifugio dolce che è mancato nell'infanzia.

Ma la tensione accumulata non può risolversi in una melodia pop consolatoria.E nonostante tutto non vedevo differenza tra la mia canzone e un po' il significato della canzone che l'artista Carmen Consoli scrisse per sua madre con titolo "In Bianco e Nero" dall'album Stato di Necessità .

Io sono del 1988 e quando uscì quella della Consoli nel 2000 mi trovavo completamente in sintonia con quel pezzo, anche se a dodici anni non potevo mica capire il perché così bene come lo capisco ora da adulta fatta .

Che a ripensarci adesso... Ha così senso da fare male e lasciare un sorriso impresso sul mio volto, molto dolce e amaro.

La mia dedica è l'urlo della rottura, l'aria avvelenata che esplode prima di spegnersi nel finale... per diventare cielo limpido nonostante le tempeste.

I versi di "La Distanza Necessaria" fotografano esattamente questo strappo nudo, dove il bene si cerca altrove e la distanza diventa l'unico ossigeno possibile:

“Questa maschera che porti, questo peso che ho io... / hanno avvelenato l'aria tra il tuo cuore e il mio. / La tossicità di un dovere che non abbiamo scelto / ci ha rese straniere, divise da un muro di silenzio. / Ma non ti do colpe, so che sei donna anche tu, / con i tuoi pesi, con i tuoi inverni, e nulla di più. / Ti voglio bene nel modo in cui riesco a restare, / da questa distanza che ci serve per respirare. / Senza più pesi, senza dover essere altro...”

Oggi, a trentotto anni, non c'è più guerra. C'è solo una lucida, dolorosa accettazione dei suoi limiti e dei miei confini. 

Ho messo i chilometri necessari per salvaguardare la mia aria. 

Ti voglio bene, madre, ma lo faccio da lontano.

Senza più catene.

Oltre l'ombra del cipresso.

Solo io.

Finalmente, nient'altro che io.


Testo Originale di Sara Zannoni: La distanza Necessaria 


Non so più cosa provo quando ti guardo,

Mi sento la nemica di ciò che vorrei solo amare.

Mi sembra contrario a tutto quello che sento

Dover sempre combattere, dovermi schierare.

Vorrei essere cresciuta al tuo fianco, protetta,

Come una figlia, e non come un’ombra sospetta.

Sono stanca, madre, stanca di lottare,

Questa guerra di ruoli non mi lascia respirare.

Non voglio pensare che il bene sia altrove,

Mentre il mio cuore cerca solo nuove prove.

Sono stanca di pesi, di leggi e pretese,

Vorrei essere solo tua figlia, tra braccia tese.

Vorrei vederti solo come la donna che mi ha dato la vita,

Non come una guida, o una meta smarrita.

Vorrei che fossi madre, e non un comando,

Mentre il mio tempo sta scivolando.

E quando la vita mi stringe nel pianto,

Cerco un viso dolce, un rifugio, un incanto.

E lo so che siamo rimaste distanti,

Perse in un ruolo che ci ha tolto il respiro.

Questa maschera che porti, questo peso che ho io...

Hanno avvelenato l'aria tra il tuo cuore e il mio.

La tossicità di un dovere che non abbiamo scelto

Ci ha rese straniere, divise da un muro di silenzio.

Ma non ti do colpe, so che sei donna anche tu,

Con i tuoi pesi, con i tuoi inverni, e nulla di più.

Ti voglio bene nel modo in cui riesco a restare,

Da questa distanza che ci serve per respirare.

Senza più pesi, senza dover essere altro...

Solo io.

Finalmente, nient'altro che io.




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